Siamo appena rientrati dalla Terra santa e ancora il nostro cuore "arde" perché ha potuto sostare là dove è nata la nostra fede. I nostri occhi sono pieni delle immagini dei luoghi della terra sulla quale Gesù è passato e dei volti delle persone che rendono quella terra viva, oggi. Nella nostra mente risuonano le parole che abbiamo udito, parole di speranza e di coraggio, di dolore e di stanchezza, sempre pronunciate con la dignità di chi sa di essere veramente figlio di Dio. Immagini,volti, parole… che con disarmante semplicità giungono diritte al cuore e vi rimangono.
Sono stati nove giorni intensi, dal 30 novembre all'8 dicembre: poche ore per dormire e molto tempo per tacere, osservare, ascoltare e incontrare la realtà fatta di gente comune, ma eroica per il coraggio con cui accetta di vivere ogni giorno, e di gente "importante" per le responsabilità delle quali è investita: dal nunzio apostolico, mons. Pietro Sambi, al patriarca latino di Gerusalemme, mons. Michel Sabbah, al vicecustode di Terra santa, padre Artemio Vìtores; dall'ambasciatore d'Italia a Tel Aviv, Sandro De Bernardin, al console italiano a Gerusalemme Nicola Manduzio, al direttore della Tv Al-Mahed, il signor Samir Qumsieh. Tutti hanno posto l'accento sulla delicatezza del momento che sta vivendo il territorio di Israele- Palestina: il muro che avanza; la morte di Arafat; la triste condizione dei cristiani ridotti alla fame, umiliati da una povertà mai vista negli ultimi ottant'anni e vessati da ogni parte; i luoghi santi privi di pellegrini e di turisti; il bisogno della Pace, quella fondata sulla libertà, la giustizia, la verità e l'amore.
Eravamo in sette dell'Associazione e dal 3 dicembre le nostre giornate si sono intrecciate con quelle di otto amici del "Centro Internazionale per la pace tra i popoli" di Assisi. Sempre con noi, ogni giorno, don Pietro Madros ci ha guidato e ci ha permesso di incontrare la realtà, con quella immediatezza che non è possibile nei viaggi organizzati da chi non vive a contatto con la gente.
Abbiamo visitato sette scuole, a Gerusalemme, a Betlemme, a Beit Jala, a Beit Sahur e a Jaffa. Abbiamo incontrato alcuni dei bambini adottati agli studi dai benefattori della nostra Associazione e siamo rimasti particolarmente colpiti dalla scuola copto ortodossa di Gerusalemme, dove studiano i cristiani più poveri della città e dove sono accolti parecchi "casi sociali". In questa scuola non si ha la minima idea di che cosa siano gli arredi scolastici e alle pareti sono appese cartine geografiche disegnate dagli insegnanti o da qualche studente più dotato.
In due scuole, la "Hope School" di Beit Jala e la scuola dei Frères di Jaffa, abbiamo organizzato con i direttori due celebrazioni per la consegna del riconoscimento "Pioniere della pace" ideato da don Pietro Madros. Il titolo è stato assegnato a duecento persone, ebree, cristiane e musulmane, che in questi ultimi anni si sono distinte per il loro impegno quotidiano a favore della verità e della giustizia. Abbiamo consegnato a ciascuno una medaglia o una targa, segno della nostra stima e incoraggiamento a perseverare nell'impegno. La celebrazione nella scuola di Jaffa ha avuto due momenti forti. Il primo quando un israeliano, Amos, un caro amico di don Pietro, è entrato nella sala portando il "pane della pace" e il secondo quando ha preso la parola il signor Aoze AozeAAL, un artista israeliano (un genio come lo definisce don Pietro), che ha parlato di come l'arte possa essere al servizio della pace. Egli, infatti, visita le città di tutto il mondo e, "creando" opere, delle quali ci ha mostrato alcune fotografie, raccoglie fondi per iniziative di solidarietà. Davvero l'arte e la bellezza hanno un fine pedagogico altissimo!
Tra i momenti significativi ricordiamo anche l'incontro con un gruppo di adulti di una parrocchia di Gerusalemme e la visita al "Caritas baby hospital" di Betlemme, una struttura cristiana (rispettata e riconosciuta in ugual misura da cristiani, musulmani ed ebrei) che da oltre cinquant'anni aiuta i bambini, le prime vittime delle conseguenze della povertà.
L'intensità di questi momenti di incontro con la chiesa e la società "vive" di Israele- Palestina ha dato ancora più senso alla nostra visita ai luoghi santi: nel silenzio che invita a pensare e a pregare, si sente Dio davvero vicino e, nonostante tutte le contraddizioni di quella piccola terra, in essa si colgono inequivocabili segni che ci dicono che Dio è amore, che Dio è vita e che la vocazione dell'uomo è la fraternità.
Maria Teresa Golfari